Il 28 febbraio il Campo Largo, con le sue numerose e variegate estensioni, scenderà in Piazza contro il previsto trasferimento nelle carceri sarde di 240 detenuti in regime di 41bis.

Tra le tante vertenze che dovrebbero urgentemente opporre la Sardegna alle decisioni italiane: servitù energetiche e militari, dimensionamenti di scuole ed ospedali, infrastrutture, ambiti di competenza, risorse, autonomia speciale e autodeterminazione (per citarne solo alcune), la presidente Todde ha deciso di concentrarsi sul 41bis partorendo il topolino dalla montagna di questioni su cui sarebbe necessario impostare con lo Stato trattative serrate e dignitose.

Il percorso che arriva oggi a conclusione, con l’imminenza dei trasferimenti, non è stato breve. E’ andato avanti per anni senza ostacoli, attraversando diversi governi, diversi ministri, diverse maggioranze parlamentari con il concorso ed il voto di tanti che oggi protestano compresi i 5stelle della presidente Todde e di Alfonso Bonafede ministro del governo Conte 2 a cui si deve la trasformazione di Badu ‘e Carros e del carcere di Uta in carceri per detenuti in regime di 41bis.

Eppure il Campo Largo scenderà in piazza senza imbarazzo. Ma c’è un problema.

La piazza è il luogo di chi non ha rappresentanza nelle istituzioni e di chi non dispone di altri strumenti per dare voce ad un’idea, una rivendicazione, un principio, una visione. La piazza è, per definizione, il luogo in cui si contesta e si crea una controparte rispetto ad una autorità costituita e rispetto a chi decide. Per ciò, c’è sempre qualcosa di profondamente ambiguo quando i decisori, svestendo frettolosamente e provvisoriamente i panni del comando, chiamano la piazza alla mobilitazione. E c’è sempre qualcosa di profondamente disonesto quando il potere chiama il “popolo” per esibirlo a riprova della propria forza, soprattutto se chi effettua la chiamata ha sempre sprezzantemente ignorato la mobilitazione popolare, la sua forza, il suo impegno, la sua proposta.

Noi Rossomori il 28 non parteciperemo alla Kermesse del Campo Largo e delle sue estensioni. Non contribuiremo alla finzione di una rivolta verso l’ennesimo volto del colonialismo italiano in Sardegna e al gigantesco diversivo messo in campo da chi si piega sistematicamente alla rapacità dello stato centrale.

Ci sta a cuore la condizione delle carceri e di chi le abita, lavoratori e detenuti. Ci preoccupa il dissolversi di principi fondamentali quali il valore rieducativo della pena.

Ci indigna uno Stato che continua ad individuarci come zona di sacrificio, ma ci indigna di più la selezione degli ambiti su cui chiedere mobilitazione. E ci indigna chi si presta.

Perde la sua forza il “popolo convocato” che risponde al richiamo di chi comanda, ma che non scende in piazza par reclamare sanità, lavoro sicuro, istruzione, protezione, giustizia, sovranità, democrazia e tutto ciò che concorre a garantire dignità delle persone.

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