Intervento della Ns. Segretaria Nazionale Lucia Chessa

Quanto vale la parola di un Presidente?

Ho incontrato due volte nella vita il presidente del Consiglio Regionale Piero Comandini. La prima circa 5 anni fa, a Villanova Tulo, ospiti di un convegno sulla legge elettorale sarda. Io, che sul tema non ho mai cambiato idea, dovevo denunciarne tutti i vizi e le storture mentre lui, in teoria, la doveva difendere. Perché era un esponente di punta di un partito che nel 2013 l’aveva votata e perché aveva fatto parte di maggioranze che negli anni, pur avendone avuto tutte le possibilità, non l’aveva mai sostanzialmente modificata.

Un bel confronto si poteva pensare. Invece no. Piero Comandini, intervenendo dopo di me, si dichiarò convintamente proporzionalista. Affermò che “Il sistema proporzionale è nelle cose, tra le persone” e siccome risultavamo sulla stessa linea, il discorso fu praticamente chiuso, senza contradditorio alcuno.

Si sa, non c’è niente che ponga fine ad un confronto quanto il sostenere ragioni uguali a quelle dell’interlocutore.

Una volta assunto l’incarico di segretario del PD, il più grande partito della attuale maggioranza, coerentemente con quelle dichiarazioni pubbliche, era legittimo aspettarsi azioni conseguenti, minimo l’avvio di una discussione sulla possibilità di modificare la legge elettorale sarda in senso proporzionale, e invece niente. Quella norma autoritaria e antidemocratica vive e vegeta da quasi 15 anni continuando a distorcere il voto dei sardi e garantendo il replicarsi di una élite di governo trasversale senza merito e senza pregio, come dimostra lo stato in cui versa questa terra.

La seconda volta l’ho incontrato all’atto della consegna delle 8189 firme raccolte a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare “Liberamus su votu”

Avrei voluto ricordargli che in Sardegna c’è un grave vuoto normativo perché da quando nel 2001 è stato abrogato l’articolo 29 dello statuto che prevedeva fossero 10.000 le sottoscrizioni a corredo di una proposta di legge di iniziativa popolare, il Consiglio regionale sardo non ha provveduto a normare la materia. Avrei voluto rappresentargli che questa inadempienza è grave perché non dà garanzie, previste in altre regioni, ai cittadini che intendano avvalersi di questo importante strumento di partecipazione.

Avrei voluto informarlo che per esempio in Toscana (quasi 4 milioni di abitanti) e in Lombardia (oltre 10 milioni) sono richieste 5.000 firme. Che in Piemonte ne sono richieste 8.000 ma a fronte di più di 4 milioni di abitanti e che dunque pretendere 10.000 firme in Sardegna con 1 milione e mezzo di residenti esprimerebbe nient’altro che la volontà di ostacolare uno strumento di democrazia diretta previsto dalla Costituzione e dallo Statuto Sardo.

E invece niente di tutto questo perché prima ancora che il discorso potesse iniziare il Presidente ci comunicava di aver già dato disposizioni affinché la proposta fosse trasmessa alla competente commissione consiliare. Fine dell’incontro.

Solo che una cosa è il dire e un’altra il fare e dunque l’8 settembre la Rete SarDegna Iniziativa Popolare, promotrice della riforma della legge elettorale, ha ricevuto una nota del Presidente Comandini con la quale si comunicava l’inammissibilità della nostra proposta in quanto non corredata dalle 10.000 firme richieste. Richieste da chi? Da una norma che benché cancellata nel 2001 sarebbe, a parere della Segreteria Generale del Consiglio Regionale Regionale, (altisonante vero?) ugualmente applicabile. Praticamente, si conviene che la norma è abrogata, ma si afferma doversi fare come se esistesse ancora.

Curiosa come argomentazione: la norma non c’è ma la riesumiamo pur di respingere l’iniziativa popolare e riaffermare chi comanda. Variazioni sul tema che ripropongono sempre la stessa musica.

Noi però non ci stiamo. Pensiamo che la nostra, ora, sia una battaglia di legalità oltre che di democrazia e abbiamo già acquisito pareri di autorevoli giuristi secondo i quali le motivazioni del rigetto sono fortemente infondate. Le comunicheremo ufficialmente al Presidente Comandini e sarà interessante sapere se un Tar, o un giudice ordinario a cui ricorreremo confermerà la nostra oppure la loro teoria.

Certo non è bello che i rapporti tra cittadini e istituzioni siano regolati dai tribunali ma questa oggi è la Sardegna: una legge elettorale che nega principi basilari della democrazia, una chiusura arrogante ad ogni istanza proveniente dalla partecipazione popolare, una indisponibilità assoluta al confronto ed all’ascolto di quella maggioranza di sardi non rappresentata nel Palazzo, o perché non vota, o perché eliminata da quote di sbarramento vergognose. Eppure le condizioni in cui versa questa terra non sembrerebbero autorizzare la classe politica di governo a tanta presuntuosa sicumera.

Iscriviti alla newsletter!

Condivideremo con voi i nostri pensieri tramite email. Promettiamo che non vi inonderemo di spam! 
Questa NON è l'iscrizione per il partito, quel modulo si trova nella pagina "Tesseramento 2026".

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto