Rossomori de Sardigna partecipano allo sciopero nazionale del 28 novembre

Va in scena, in questi giorni, un’operetta brutta, in uno dei teatrini più squallidi degli ultimi anni. La regia non la conosciamo bene, la dobbiamo solo intuire. La compagnia teatrale invece è nota ed è composta dalla maggioranza che governa a Cagliari, il centrosinistra, e da quella che governa a Roma, il centrodestra. L’operetta ha un titolo banale, brutto anch’esso, si chiama “Lo Scaricabarile” e il pubblico siamo noi.

Succede che meno di una settimana fa, il governo Meloni, ha emanato una nuova norma, un decreto legge che estende fino all’inverosimile le aree idonee alla realizzazione di parchi eolici e fotovoltaici, indipendentemente dalla volontà e dalla disponibilità dei territori destinati ad ospitare tali impianti.

Conferma la semplificazione nell’acquisizione delle autorizzazioni, l’accelerazione del percorso burocratico, le facilitazioni per gli investitori facendo carta straccia di tutto il resto: paesaggio, tessuto economico e sociale preesistente, identità, prospettive future, persone.

Nel festival delle aree idonee ci sono laghi, terreni agricoli, zone circostanti gli impianti esistenti, ogni sito già nella disponibilità dello Stato attraverso diversi soggetti in primo luogo la difesa. Quindi via libera nelle concessioni militari di cui la Sardegna è “ricchissima” perché, cosa c’è di più facile che aggiungere a servitù, servitù ulteriore?

E noi che siamo il pubblico, applaudiamo, schiamazziamo, fischiamo, ridiamo, quando va bene ci indigniamo ma, indifferente lo spettacolo continua.

Il fatto è che il governo Meloni non interviene a caso a modificare il decreto sulle aree idonee, già emanato nel giugno del 2024 a firma del ministro Gilberto Pichetto Frattin. Interviene perché glielo consente una sentenza del TAR del Lazio, fresca dello scorso maggio che chiede di uniformarsi, più di quanto non sia stato fatto, al decreto Draghi. Quello famigerato del 2021, quando la presidente Todde era sottosegretaria di quel governo, quello di cui si tentò di occultare, se non l’esistenza, almeno la paternità e la maternità. Quello di cui la presidente Todde, in campagna elettorale, disse che forse un po’ a tutti era sfuggito quali ne fossero la portata e le conseguenze.

Ma a tutti chi? A tutti lei forse, a tutti Campo largo forse, a tutti gli attivi e allegri sostenitori di destra e sinistra che votavano la fiducia a Draghi.

Non a tutti in assoluto però. Perché a molti di noi, benché minoranze non rappresentate, era chiarissimo dove si stava andando a parare.

Ecco perché oggi, al pubblico più attento, le parti in commedia nell’operetta in scena risultano piuttosto indigeste. Quando Licheri, Todde, Pittalis, Mura, primi attori di una molto più vasta compagnia teatrale esibiscono indignazione, snocciolano argomentazioni, recitano slogan, puntano il dito sull’avversario il pubblico avverte che stanno praticando “Lo scaricabarile” .

Si stanno teatralmente profondendo in una finta diversità di posizioni ma la verità è che tutti, a turno, hanno lavorato e lavorano allo stesso obiettivo.

Hanno deciso, bipartisan, che dobbiamo essere terra di sacrificio. Terra dedicata alla produzione di energia per altri con tutto ciò che ne consegue: eolico, fotovoltaico, gas, senza rinunciare al carbone naturalmente e forse, a breve, quando si calmeranno un po’ le acque, un pizzico di nucleare. E poi naturalmente cavi per far viaggiare questa energia da dove è prodotta a dove verrà consumata e impianti di accumulo per averla quando serve. Pazienza se ciò comporterà spazzare via ciò che siamo stati, ciò che siamo e soprattutto ciò che vorremmo essere. Questo è indifferente ai padroni e pure ai loro servi. Se un moto popolare insorge come può, sia pure con una firma, basta far finta di niente. La parola d’ordine è ignorare. Cancellare tutto ciò che si frappone tra loro e l’obiettivo. E poi, naturalmente recitare, scaricare il barile, costruire narrazioni inventate e lanciarle con i tanti mezzi di cui dispone il potere. E poi ripeterle, ripeterle all’infinito sperando che diventino vere.

Io credo che sarebbe urgente che si risvegli quel movimento di popolo che ha mobilitato più di 210.729 sardi. Sarebbe necessario che si ripresenti come una evoluzione positiva del grande movimento Pratobello, a cui sarà impossibile non riconoscere la paternità di una spinta straordinaria di democratica partecipazione popolare. Sarebbe necessario un movimento nuovamente vivo, magari maggiormente organico, più adulto, libero da quei piccoli leaderismi interni che producono frammentazione. Perché in Sardegna, il finto bipolarismo, l’alternarsi senza alternative di una classe politica che si auto replica e che attanaglia questa terra costringendola in una gabbia di pensieri sotto sotto uniformi sta producendo danni enormi.

Oggi, 28 novembre, parteciperemo a Cagliari allo sciopero indetto contro “le politiche di sfruttamento decise dal governo nazionale e attuate dal governo regionale”, contro l’economia di guerra, la devastazione energetica della Sardegna, la precarizzazione del lavoro, le limitazioni al diritto a manifestare, contro l’abolizione di fatto del diritto alla salute, contro la devastazione della scuola. Per dire che non ogni nefandezza può essere agita impunemente sulle nostre vite.

Lucia Chessa segretaria nazionale Partito Rossomori de Sardigna. Portavoce Sardigna R-esiste

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