Di cultura e di padiglioni

Proponiamo una riflessione del nostro compagno Gianfranco Corona sardo de su disterru a Torino, che volentieri condividiamo

Vivere lontano dalla Sardegna, per un sardo, è l’archetipo del migrante in eterna migrazione, diviso tra il fatto di aver trovato una nuova casa e la sua controparte: sapere che, ovunque andrai, sarai eternamente lontano da casa; sarà solo un alloggio temporaneo, anche se a tempo indeterminato.

Non è facile realizzarlo, ma ormai sono abituato alla sensazione: come una cicatrice rimarginata ma presente, che ovunque mi trovi, così come la bandiera fiera e orgogliosa della mia terra presente in almeno un’immagine in ogni grande concerto, io vada a cercare ciò che rappresenta la Sardegna in ogni manifestazione pubblica che ne permetta la presenza.

Il Salone del Libro di Torino era un’occasione perfetta.

Capita per caso il messaggio di un caro amico, sardo emigrato anche lui, che recita: “Sto arrivando a Torino un po’ casualmente per il Salone del Libro”. Dannato pragmatismo e capacità di sintesi del messaggio: lo prendo come un invito ad andare con lui.

Così fu. Prendo il biglietto, arrivo al Centro Congressi Lingotto: fila, ingresso.

Si rivela la sensazione che ho citato prima; senza cercarlo, vedo il padiglione della Sardegna e mi ci fiondo, con entusiasmo, senso di appartenenza e orgoglio.

Emozioni effimere, presto sostituite dallo sconforto, dalla delusione, da un senso di nausea difficile da spiegare: solo un’immagine potrebbe rendere l’idea.

Descrivo il padiglione: alte pareti bianche su cui campeggia la scritta “Sardegna”, multicolore come siamo abituati a vedere; una parte del padiglione dedicata alle interviste e alle presentazioni in programma, un’altra parte adiacente dedicata ai libri che la Regione Sardegna vuole presentare nel 2026.

È quest’ultima sezione che mi dà la nausea. Cito i titoli più in vista, quelli offerti allo sguardo al passaggio davanti al padiglione: “Grazia Deledda e il cibo”, “Luoghi letterari della Sardegna”, “Murales in Sardegna”, “Guida al trekking Selvaggio Blu”, “La costa delle miniere”, “South West Sardinia”, “Dolci della cucina sarda”, varie edizioni di libri sulle bellezze di interesse turistico delle maggiori città della Sardegna e, in un angolo — non in bella mostra, sia chiaro — alcune edizioni sulle opere di Grazia Deledda, che sono esattamente come la poetessa quando era in vita: magnifiche e celate alla giusta celebrazione.

Il 2026 è l’anno del centenario dell’assegnazione del primo Nobel conferito a una donna italiana. Quella donna era Grazia Deledda.

Facciamo finta che io sia scemo: possibile che mi aspettassi una celebrazione più profonda, se non da tutto il Salone del Libro, almeno dal padiglione della Sardegna? Mi chiedo se magari sia io a fraintendere.

La celebrazione della poetessa vuole forse essere una rappresentazione di come la poetessa stessa sia stata trattata dai sardi al suo tempo? Voglio sperare che sia così, ma, tolta l’ironia, voglio spogliarmi del velo retorico con cui ho coperto il mio sguardo e restituire il realismo che i pochi che leggeranno meritano.

Il padiglione Sardegna al Salone del Libro non celebra nella maniera più assoluta la tradizione letteraria della Sardegna.

Cerca di attrarre, come ogni singolo sforzo energetico degno di nota del governo regionale, indipendentemente dal colore politico, potenziali turisti.

In questa terra non esistono racconti: esistono guide turistiche.

Non esiste il cinema: esiste una buona vetrina per l’isola.

Non esiste la cultura: esistono siti archeologici e parchi naturali che, se non fosse per il fastidioso dettaglio che le Belle Arti lo vietano, sarebbero parchi divertimento a tema nuragico.

Non esiste il folklore: esistono fiere di degustazione sempre e solo per turisti.

Non esiste il teatro: esiste lo spettacolo, fatto come sempre per i turisti, perché i sardi non meritano di avere uno straccio di cultura che non sia enogastronomia e lettini da spiaggia.

In Sardegna nulla deve esistere se non trova, in un modo o nell’altro, uno sbocco nel sistema dell’accoglienza turistica.

Perché la verità è che dobbiamo sempre piegare le orecchie al profitto immediato, perché è molto più semplice, dopo aver distrutto l’identità culturale di un popolo, far sì che esso accetti la distruzione della propria identità e dignità.

E allora, distrutte la sanità, la cultura e l’arte per far spazio alle strutture ricettive, il passo sarà brevissimo per distruggere i siti nuragici e fare spazio alle sperimentazioni militari, alle speculazioni energetiche ed edilizie.

Ops, forse è già successo.

Allora mi candido ufficialmente per proporre il tema del 2028, anno in cui celebreremo il secolo dalla carcerazione di Gramsci: sì, quell’omino gobbo che, guarda caso, è nato in Sardegna ed è ancora oggi il pensatore dell’isola più studiato, amato e celebrato all’estero. Ma facciamolo bene: seguiamo la linea che abbiamo adottato. Celebriamolo con le parole dei suoi carcerieri, che siano monito e mantra per il nostro popolo, e scriviamo in grande, ora e sempre: “Bisogna impedire a questo cervello di funzionare per vent’anni”.

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