Approfitto del dibattito sulle terapie psichiatriche che meritoriamente L’Unione Sarda ospita in questi primi giorni di settembre per offrire un mio contributo finalizzato ad un dialogo costruttivo.
Sicuramente è condivisibile quanto sostenuto dal Commissario Straordinario dell’ASL 5 Oristano nel suo intervento pubblicato giovedì 4 settembre se restiamo sul piano tecnico, è altrettanto condivisibile la nota di Claudia Zuncheddu pubblicata martedì 2 settembre se restiamo sul piano politico. La questione di fondo riguarda che tipo di relazione può o deve esserci tra il piano tecnico e quello politico. Se ci si limita a parlare di psichiatria intesa esclusivamente come disciplina medica probabilmente i due campi restano abbastanza separati, però la psichiatria non è riducibile ad essere esclusivamente una disciplina medica: non diciamo con la stessa disinvoltura che abbiamo un appuntamento con un cardiologo o con uno psichiatra. Mentre la malattia di un organo, compreso il cervello, ci permette di mantenere una certa distanza tra la nostra persona e la malattia, un disturbo psichiatrico ci coinvolge profondamente nella nostra identità, mette in discussione la nostra credibilità, il nostro livello di contrattualità nei rapporti familiari e sociali, e può finire per minacciare seriamente la nostra capacità di autodeterminazione e, addirittura, privarci della libertà personale. Quindi se vogliamo mantenere la complessità di un’esistenza umana, sana o malata, anche nel rispetto del modello bio-psico-sociale, non possiamo limitarci alla descrizione dei sintomi clinicamente rilevabili per incasellare il paziente in una specifica categoria diagnostica; questo è quanto è stato fatto acriticamente dalla psichiatria positivista che ha portato a definire il malato di mente incomprensibile, inguaribile, imprevedibile e quindi pericoloso per sé e per gli altri, e da qui coerentemente sono nati i manicomi. Il movimento di liberazione che in Italia ha portato alla 180 nel 1978, e che successivamente ha cercato di attuarla nonostante la fortissima opposizione politica, accademica e dei corpi professionali, non si è limitato alla chiusura dei manicomi, ma ha svelato la non neutralità della scienza, la sua connivenza per mantenere lo status quo nei rapporti di potere tra le classi sociali, ha messo in crisi il ruolo dello psichiatra privato delle certezze circa la “scientificità” della psichiatria, ha svelato la valenza politica del tecnico, e ha dimostrato che è possibile salvaguardare contemporaneamente il diritto di chi non ce la fa più a convivere con il malato e il diritto di quest’ultimo di essere curato nel rispetto della sua dignità e dei suoi diritti. Naturalmente per fare ciò occorre:
1) superare il modello clinico ospedaliero che affronta la crisi esclusivamente con il ricovero ospedaliero, mentre è possibile gestirla anche in un luogo protetto dove poter ristabilire l’equilibrio fra sè e il mondo, un luogo con un’alta concentrazione di assistenza, di capacità umana e professionale, di accettazione del conflitto che la crisi produce, e qui vediamo come l’intervento medico psichiatrico si riduce via via che si amplia la gamma di risposte alle variabili sociali, economiche, esistenziali presenti nella malattia;
2) disporre di una rete capillare di servizi territoriali con una forte integrazione socio-sanitaria;
3) avere Centri di Salute Mentale aperti 24 ore tutti i giorni con possibilità di offrire ospitalità diurna e notturna e inseriti nell’organizzazione dipartimentale responsabile dell’assistenza di tutti i cittadini di un determinato territorio non troppo esteso;
4) ribadire come il Trattamento Sanitario Obbligatorio affermato dalla 180 è riferito all’operatore che ha l’obbligo non di “custodire” il malato ma di dimostrare come la sua professionalità gli permette di interagire con chi è considerato bisognoso di cura.
Oggi anche le realtà che più si sono avvicinate alla realizzazione di questo modello di servizi soffrono la crisi sempre più grave che attraversa il servizio sanitario e in generale tutto lo stato sociale, ma va segnalato che, in controtendenza, il Dipartimento di Salute Mentale di Trento ha recentemente chiuso il suo servizio psichiatrico ospedaliero per attivare il Centro di Salute Mentale h24.
Qui in Sardegna è desolante l’inazione della Giunta Regionale in campo sanitario e nel campo della salute mentale a 18 mesi dalle elezioni. Segnalo infine che nei due incontri avuti nel 2024 con l’attuale Assessore alla Sanità come Associazione Sarda per l’Attuazione della Riforma Psichiatrica (Asarp) la principale richiesta di ricostituire la Consulta Regionale per la Salute Mentale, formata dai direttori di dipartimento, dalle associazioni dei familiari, dall’Anci, dai sindacati, cooperative sociali e terzo settore, e da noi considerata premessa indispensabile per il rilancio a livello regionale di valide politiche di Salute Mentale, ancora non è stata ripristinata pur non richiedendo alcun impegno finanziario.
Cagliari, venerdì 5 settembre 2025 Alessandro Montisci Socio fondatore Asarp
già Direttore CSM Sanluri, CSM Cagliari Ovest, CSM Ales




