A fine settembre, il parlamento ha approvato in via definitiva la legge n. 169 che consegna al governo una delega in bianco per l’emanazione, entro un anno, dei decreti attuativi necessari a riportare in Italia le centrali nucleari per la produzione di energia elettrica.
Il percorso parlamentare si è svolto in grande silenzio, in assenza di un dibattito pubblico, e finanche di una adeguata informazione, trascurando che gli italiani hanno già respinto, con due referendum uno nel 1997 e l’altro nel 2011, il ricorso all’energia nucleare. Ha votato a favore tutta la maggioranza di governo, Futuro Nazionale di Vannacci e il gruppo di Calenda. Astenuti i renziani pur dichiarando di essere favorevoli al ritorno al nucleare, contrari PD, 5Stelle, AVS
Noi riteniamo che sia molto importante, preliminarmente, comprendere il senso di questa scelta ed inquadrarla per quello che è, vale a dire non una semplice risposta tecnica alle domande poste dalla questione energetica, ma una scelta generale che prefigura un mondo sempre più energivoro che dilapida e consuma risorse in maniera irresponsabile. Un mondo dove poche élites abbiano il controllo di ciò che è diventato indispensabile per la vita così come è stata organizzata e di ciò che conferisce potere: il controllo della energia, della tecnologia, della forza militare.
Il nostro presupposto, che ampiamente argomenteremo, è che, a tutt’oggi, non ci sia nessuna ragione, di carattere strettamente energetico, che giustifichi la scelta nucleare.
La necessità di superare le fonti fossili, che intendiamo come prioritaria ed urgente, per noi vede come unica via d’uscita una transizione verso le fonti rinnovabili effettuata con equità, rivolta a generare vantaggi diffusi per le famiglie, per le comunità e per le imprese. Questa non è una prospettiva illusoria, questo si poteva e si può fare attraverso diversi strumenti quali le comunità energetiche o altri interventi supportati dalla parte pubblica sul piano tecnico e finanziario. Purtroppo l’aggressività del capitalismo finanziario ha trasformato lo sviluppo delle rinnovabili in una speculazione sproporzionata e distruttiva dove le spese e il danno sono di tutti e i profitti ed i vantaggi sono di pochi. Quando la politica prenderà atto che anche sul piano energetico è necessario invertire la rotta, distribuire e decentrare invece che accumulare ed accentrare, si potrà riprendere la strada delle rinnovabili che, per noi, rimangono unica opzione.
Ragionando per un attimo solo sul piano strettamente tecnico, sono diverse le ragioni per le quali oggi, l’energia nucleare non può rappresentare un’alternativa.
Anzitutto per i costi, quantificabili in almeno 3 volte tanto rispetto al solare ed all’eolico che, lungi dal consentire una attenuazione del “caro bollette”, verosimilmente ne appesantirebbe la portata. Non ci sarebbero vantaggi economici a regime, mentre le spese sarebbero enormi fin dalle fasi preliminari (modello ponte di Messina). E anche qualora non si arrivasse, a fine corsa, alla attivazione di centrali nucleari, i costi sarebbero sin da subito in buona parte caricati sui cittadini attraverso nuovi prelievi in bolletta. Non solo, per portare a termine il progetto, servirebbero massicci e insostenibili sussidi statali a fondo perduto, sottratti al welfare e ai servizi pubblici essenziali senza che si profili alcun vantaggio collettivo.
Di seguito per la tempistica che vedrebbe le prime centrali nucleari attive non prima di 10/15 anni mentre la crisi energetica già oggi si è fatta insostenibile.
Nessun vantaggio è ipotizzabile riguardo ad una riduzione della dipendenza, viceversa. L’Italia non possiede uranio né, tanto meno la capacità tecnica di arricchirlo. La Russia controlla per il 46% questo settore strategico e il colosso statale russo Rusatom è di fatto l’unico fornitore del combustibile necessario al funzionamento dei reattori. Già oggi, nonostante le tensioni artificiosamente e deliberatamente alimentate, il 40% delle importazioni europee di uranio arricchito proviene dalla federazione russa o da suoi paesi satellite. Per tutto ciò, questa dipendenza, accompagnata dalla totale assenza di competenze e di imprese in grado di agire nel settore della fabbricazione e del trattamento del combustibile nucleare, escluderebbe definitivamente la possibilità di ogni forma di sovranità energetica. E non tranquillizza l’intenzione dichiarata di mettere a punto percorsi accelerati di certificazione per l’accreditamento di imprese italiane a questo tipo di attività.
Persistono tutti i rischi legati al funzionamento delle centrali ed allo smaltimento delle scorie che avviene nel corso di centinaia, migliaia e decine di migliaia di anni. Ancora l’Italia non ha trovato una soluzione per le scorie a bassa e media intensità prodotte dalle centrali spente tra il 1987 e il 1990. La partita dello stoccaggio è iniziata incontrando la contrarietà massima da parte dei territori, mentre le scorie ad alta intensità, per le quali non si profila neanche una ipotesi di soluzione, si trovano attualmente all’estero.
Non hanno inoltre riscontro nella realtà dei fatti, le millantate innovazioni tecnologiche che arbitrariamente portano a parlare di nucleare di nuova generazione. La denominazione “piccoli reattori modulari” non deve trarre in inganno. A parte modifiche di contorno la tecnologia è sempre la medesima e cioè la fissione, per cui continuano ad essere imprevedibili ed incalcolabili i danni derivanti da un eventuale incidente che potrebbe essere incontrollabile. Per noi, la vera nuova generazione su cui varrà la pena di confrontarci sarebbe quella della energia ottenuto da fusione, Dunque un nucleare pulito, privo di rischi ed economicamente sostenibile. Questa realtà non è oggi all’orizzonte.
La nuova tecnologia di cui si parla, il nucleare sicuro con assenza di scorie, zero impatto sull’ambiente, facile reperibilità del combustibile, rimane purtroppo una prospettiva lontana su cui sarebbe opportuno concentrare ricerca e investimenti. Ma, allo stato attuale, la sola piccola dimensione di numerosi reattori, oltre a non portare garanzie di sicurezza rischia di disseminare il territorio di punti critici che non danno alcuna garanzia di sicurezza.
D’altra parte, le promesse e le speranze legate ai piccoli reattori modulari stanno crollando sotto il peso della realtà economica globale. I tracolli di aziende come NuScale Power o Ultra Safe Nuclear Corporation, leader nello sviluppo di Micro Modular Reactor (MMR), confermano il totale disinteresse dei mercati finanziari privati verso una tecnologia strutturalmente in perdita e priva di mercato.
Tutto ciò sul piano strettamente tecnico ed a dimostrazione che le ragioni della scelta del governo Meloni non sono ascrivibili ad un ambito energetico e non rispondono a criteri di efficienza e di economicità. Infatti si traducono in un sussidio occulto ai grandi gruppi energetici tradizionali e sono utili a mantenere elevati i prezzi dell’energia e a tutelare i loro extraprofitti penalizzando famiglie e imprese.
Se però si allarga il ragionamento ad un ambito più vasto; se si considerano le implicazioni geopolitiche della scelta nucleare e le sue interconnessioni con un contesto internazionale di enorme complessità all’orizzonte del quale si profilano ombre sinistre e oscure; se si tiene presente la corsa al riarmo che avvicina pericolosamente questo tempo alle fasi precedenti le grandi guerre; se si esamina la grande concentrazione di potere nelle mani di pochi tecnocrati in grado di determinare le scelte strategiche dei governi; se si tiene presente lo sviluppo dei sistemi di intelligenza artificiale che richiedono quantità enormi di energia, allora si può avere un quadro più completo entro il quale collocare la scelta nucleare del governo italiano e dei suoi sostenitori esterni.
I sospetti che gravano sull’intelligenza artificiale e che vengono, paradossalmente, più dagli addetti ai lavori che dagli utilizzatori finali dovrebbero affrettare la politica a regolamentare seriamente un settore fortemente innovativo di cui non sono chiare tutte le potenzialità e le possibilità di utilizzo. L’inerzia della politica in questo ambito la dice lunga sullo stato di minorità della stessa rispetto ad una tecnocrazia arrogante ed onnipotente che siede accanto ai capi di governo più potenti e che orienta le scelte su alcune materie strategiche e tra queste sicuramente l’energia.
Una cosa è certa, tra gli innumerevoli impieghi dell’Intelligenza artificiale, troverà posto preminente, anzi già trova, quello militare.
Si chiude così un cerchio pericoloso. L’energia nucleare non serve alle imprese e alle famiglie che anzi saranno chiamate a pagare e saranno esposte a rischi per ora incalcolati. Non serve a risolvere il problema di un normale approvvigionamento di energia anche nella augurabilissima ipotesi di abbandono delle fonti tradizionali, non serve a diminuire i costi. Serve soprattutto, se non esclusiva mante, all’intelligenza artificiale che a sua volta serve alla guerra, così come l’opzione nucleare.
Il legame intrinseco tra il nucleare civile e il nucleare militare è un dato di fatto. È stato storicamente così ed è così tuttora. I rifiuti delle attuali centrali nucleari vengono riprocessati e riutilizzati per costruire bombe e del resto l’Italia ha già manifestato la volontà di dotarsi di portaerei e di sottomarini a propulsione nucleare. Quindi non è improbabile che la scelta nuclearista risponda più ad una esigenza bellica che ad una necessità energetica.
D’altra parte, è impossibile isolare il dibattito sulla scelta nuclearista dalla considerazione del drammatico contesto geopolitico internazionale in cui siamo immersi. I venti di guerra che soffiano sempre più forti in questi anni — dal conflitto russo-ucraino alle crescenti e spaventose attività belliche in Iran e in generale alle tensioni in Medio Oriente e nello scacchiere Asiatico e del Pacifico — dimostrano che la stabilità globale è drammaticamente fragile e che, in una regressione di civiltà già di per sé precaria, al diritto internazionale si è sostituito il diritto del più forte.
Facile comprendere che in un contesto del genere le infrastrutture energetiche costituiscono i primi e più vulnerabili bersagli strategici. La storia recente e la cronaca internazionale ci mostrano il pericolo spaventoso di centrali atomiche trasformate in scudi militari, bersagli di bombardamenti o strumenti di ricatto geopolitico e terroristico in zone di guerra
Respingiamo con assoluta fermezza la scelta nuclearista che riteniamo essere un nuovo atto di centralismo autoritario da parte dello Stato italiano. Respingiamo questo modello di sviluppo energetico. Sappiamo che la Sardegna ha delle caratteristiche geologiche e demografiche che potrebbero essere ritenute adatte ad ospitare scorie e centrali nucleari, ma riteniamo che questa ipotesi sia irricevibile. La Sardegna ha già dato molto di più di quanto dovuto e non può e non deve diventare l’ennesimo laboratorio di speculazioni industriali estranee agli interessi delle comunità locali. Affermiamo questo convintamente, respingendo allo stesso tempo la logica egoista riassumibile efficacemente nel consueto “non nel mio giardino”. La richiesta di riconoscimento della nostra autodeterminazione porta con sé il riconoscimento della autodeterminazione di tutti.
Per noi, lungo una linea di coerenza che non ha mai ammesso deroghe, la transizione ecologica deve essere democratica, diffusa, partecipata e rispettosa delle autonomie regionali; ogni tentativo di esautorare le prerogative degli enti locali e dei cittadini rappresenta un attacco diretto ai principi costituzionali di sussidiarietà e di leale collaborazione e al principio di autodeterminazione. Al contrario il nucleare civile, lungi dall’essere una tecnologia neutrale, rappresenta un modello intrinsecamente centralizzato, piramidale e dunque disponibile ad un facile controllo autoritario, né più e né meno che le fonti fossili. Proprio la crisi energetica di questi giorni con il prezzo dei carburanti proibitivo lo dimostra inequivocabilmente. Qui stanno le ragioni dell’intransigenza dei Rossomori de Sardigna nell’esigere processi di transizione democratica e nel prediligere fonti adatte a questa modalità: nello specifico le fonti rinnovabili.
Ogni pannello solare installato, ogni impianto energetico correttamente integrato e ogni comunità energetica locale sottrae spazio e risorse all’economia di guerra e ai grandi monopoli multinazionali. La transizione ecologica diffusa è l’unico vero antidoto ai conflitti estrattivi del nostro secolo: le rinnovabili significano pace energetica, cooperazione internazionale, autonomia reale e sicurezza per le popolazioni civili, eliminando alla radice la necessità di difendere militarmente linee di approvvigionamento vulnerabili e pericolose.
In direzione esattamente opposta si muove la scelta nucleare che non lascia spazio alle rinnovabili rendendo impossibile una integrazione tra le due fonti. Dal punto di vista della gestione delle reti elettriche del futuro infatti, il nucleare si dimostra una tecnologia intrinsecamente rigida e del tutto incompatibile con lo sviluppo e l’integrazione delle fonti rinnovabili native. La tesi secondo cui le centrali nucleari potrebbero agevolmente supplire all’intermittenza di fotovoltaico ed eolico è smentita dalla fisica e dai dati di esercizio: la modulazione della potenza dei reattori è estremamente limitata, lenta e antieconomica. Persino in Francia, nazione a massima penetrazione atomica, il sistema è costretto a ricorrere a centrali a combustibile fossile per gestire i picchi e le fluttuazioni della domanda che l’atomo non è in grado di inseguire.
L’inserimento forzato di una quota di energia nucleare nella rete elettrica ha il solo scopo di saturare i canali di trasmissione, penalizzando e bloccando la produzione da FER attraverso i cosiddetti distacchi forzati. Questo modello centralizzato contrasta frontalmente con la visione democratica, distributiva e comunitaria sostenuta dai Rossomori, che vede nelle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER), nell’accumulo diffuso, nell’idroelettrico a gestione regionale, nei piccoli distretti del biogas, nell’efficientamento e nelle reti intelligenti (smart grids) la vera risposta per la decarbonizzazione e il taglio reale e immediato dei costi energetici per le famiglie e le piccole imprese dell’isola, trasformando i cittadini e gli enti territoriali da consumatori passivi a produttori attivi.
La Sardegna ha già pagato, nel corso della dominazione coloniale italiana, un tributo intollerabile in termini di servitù industriali obsolete, inquinamento da chimica pesante e servitù militari che occupano porzioni immense e strategiche del nostro suolo e del nostro mare. Ora il Partito Rossomori de Sardigna denuncia con forza il rischio concreto che le aree interne o costiere della nostra terra vengano identificate come siti idonei alla localizzazione di questi impianti o, peggio, come sede definitiva per il Deposito Nazionale delle scorie radioattive di alta e media intensità. Ricorda che oltre i due referendum nazionali, si è tenuto in Sardegna, nel 2011, un terzo referendum consultivo regionale che ha risposto un secco NO, con più del 97% dei votanti, alla ipotesi di centrali nucleari e di depositi di scorie nella nostra terra.
Il territorio sardo, pur essendo geologicamente stabile, presenta caratteristiche ecologiche, paesaggistiche e una vocazione agricola e turistica assolutamente incompatibili con la presenza di insediamenti nucleari o di stoccaggio di residui atomici. A ciò si aggiunge l’aggravarsi drammatico della crisi idrica e dei cambiamenti climatici che rende folle l’ipotesi di installare reattori che necessitano di flussi continui e massicci di acqua dolce per il loro raffreddamento. L’acqua è un bene prezioso. Se è possibile più della stessa energia. Occorrerebbero programmazioni visionarie e tutto campo, di lunghissimo respiro per scongiurare i rischi connessi alla carenza e insufficienza di acqua, fenomeno che già oggi, in alcuni territori della Sardegna, mostra le sue pesanti conseguenze mettendo a rischio interi comparti e costringendo a scegliere quali salvare e quali sacrificare. Ignorare il problema idrico quando si parla di nucleare o di data center, come di fatto sta avvenendo in Sardegna, è di una irresponsabilità inconcepibile.
Difendere la terra sarda dal nucleare significa difendere l’identità, la salute, l’ambiente e l’economia dell’isola da una nuova ondata di colonizzazione industriale energetica. Noi rivendichiamo un modello energetico pacifista, dove l’energia sia un bene comune democratico, pulito e autoprodotto, capace di sradicare alla radice la dipendenza dai signori della guerra e dalle fonti fossili.
APPELLO
Per quanto sopra esposto, davanti a ciò che si profila a seguito della approvazione della legge delega per il riavvio del programma nucleare, di fronte al tentativo di imporre tramite decreti una tecnologia superata, spaventosamente costosa, insicura e priva di soluzioni per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi, il silenzio e l’attesa non sono opzioni praticabili.
Per ciò Rossomori de Sardigna si rivolge apertamente a tutte la persone sinceramente progressiste, sardiste, indipendentiste, anticolonialiste, ai movimenti di base, al mondo del sindacato, alle associazioni per la difesa dell’ambiente e ad ogni singola cittadina e cittadino libero dell’isola e dell’intera penisola.
Lanciamo oggi un appello accorato per dare vita a una Rete di diversi soggetti che esprima assieme a noi una assoluta contrarietà alla produzione di energia nucleare con le tecnologie attuali e si renda disponibile ad avviare ogni tipo di azione (giudiziaria, politica, referendaria) atta a contrastare la scelta nuclearista.
Costruiamo una Rete democratica orizzontale che superi le frammentazioni politiche e si radichi in ogni territorio, in ogni comune, in ogni piazza con un obiettivo chiaro, trasparente e non negoziabile: abrogare la legge delega n 169 e impedire l’emanazione dei decreti attuativi che darebbero il via libera ai reattori.
La transizione energetica che vogliamo è fatta di sole, di progettualità razionale tagliata sulle caratteristiche di ogni territorio, di risparmio energetico e di democrazia cooperativa. Invitiamo tutte le realtà collettive e i singoli individui a sottoscrivere questo appello, a partecipare alle prime assemblee costitutive del comitato e a preparare le strutture per eventuali raccolte delle firme, sia sulle piattaforme digitali sia sul territorio nazionale.





