Non so perché, mentre si fanno le porcate più porcate che ci siano, in Italia si continui con il vezzo di latinizzare i nomi delle leggi elettorali. Lo fanno così, stupidamente, mentre suicidano il parlamento e danno il colpo di grazia alla nostra scalcinatissima democrazia, cioè alla nostra possibilità di dire la nostra su tutto ciò che di gigantesco passa sopra le nostre teste impotenti. Niente sulla pace o sulla guerra, niente sugli investimenti in armi e morte invece che su benessere e vita, niente sui tagli feroci che erodono le opportunità e la dignità di masse di persone, niente sulla continua sottrazione di diritti, niente sulle disuguaglianze crescenti.
E così procede in Italia, in una vergognosa continuità, a partire dai primi anni 90, complici indistinti la destra e la sedicente sinistra, la successione di leggi elettorali nazionali e regionali, tutte tese ai medesimi obiettivi: ridurre la rappresentanza dei cittadini, blindare chi già detiene il potere e dunque vota le leggi elettorali, rendere difficile il ricambio di gruppi e di bande che controllano i partiti e dunque le istituzioni. Anzi, dare a questi e ai loro leader ciò che sarebbe dei cittadini. Cioè il diritto di scegliere chi fa le leggi, chi nomina il Presidente della Repubblica, chi vota la fiducia ai governi, chi elegge i giudici della Corte Costituzionale, chi decide dove e come si devono investire i soldi che tutti noi, in vario modo, versiamo allo Stato.
Gli strumenti atti a realizzare questo esproprio di rappresentanza non sono difficili da individuare. Sono tanti ma, gira gira, sempre gli stessi: premi di maggioranza, quote di sbarramento, raccolte di firme spropositate per presentare le liste, impossibilità ad esprimere preferenze, rimaneggiamento dei collegi sondaggi alla mano.
E così, nei primi anni novanta, con la legge Mattarellum (che dovrebbe ricordarvi qualcosa) si è voluto superare il sistema proporzionale, quello scelto nel dopoguerra, in un paese dilaniato che aveva appena chiuso con un conflitto mondiale e 20 anni di dittatura fascista. A dimostrazione che, spesso, il meglio si da’ dopo che si tocca il fondo. In tempi di proporzionale l’Italia è cresciuta, ha fatto una ricostruzione, ha scritto lo statuto dei lavoratori, ha messo a punto il servizio sanitario nazionale, ha scritto il diritto di famiglia, ha introdotto diritti civili, ha aperto a tutti scuole e università. Ma dopo lo sfascio di Mani Pulite, sembrava che tutti i problemi fossero il proporzionale e tutte le soluzioni fossero il maggioritario. Non fu per niente così.
Poi venne il tempo della legge elettorale Porcellum, così denominata dal suo stesso padre, il primo firmatario onorevole Calderoli che, in un impeto inconsueto di onestà e contemporaneo sentimento di arrogante impunità, dichiarò che quella legge elettorale, da lui scritta e proposta, era una porcata verso gli italiani. E per una volta in vita sua, aveva ragione. Solo che prima che fosse cestinata e finalmente dichiarata incostituzionale dalla Corte erano stati eletti 3 parlamenti: nel 2006, nel 2008, nel 2013.
E lì si aprì un vortice istituzionale su cui non è mai stato detto abbastanza. Uno stress che nessuna democrazia al mondo potrebbe superare uscendone indenne. I giudici costituzionali, che avevano cassato la legge erano stati nominati da un parlamento eletto con metodo incostituzionale. Lo stesso parlamento che, prima di nuove elezioni, doveva approvare una nuova legge elettorale era stato eletto con una legge incostituzionale. Il Presidente della Repubblica, che avrebbe sciolto le camere e nominato un nuovo Presidente del Consiglio, era stato eletto anch’esso da un parlamento incostituzionale. E molte delle leggi ancora oggi in vigore erano state approvate da un parlamento incostituzionale nelle sue fondamenta. Uno scenario assurdo, una follia, un caos che fece carta straccia dei principi elementari della democrazia.
E purtroppo molti dei protagonisti di quella stagione feroce sono ancora qui, quasi tutti, in ruoli chiave: ministri, parlamentari, presidenti del consiglio. Siedono tranquilli ed impuniti nelle istituzioni che hanno devastato appena 10/15 anni fa. Ieri praticamente. Pontificano e comandano. Tirano ancora le fila. Irresponsabili delle loro azioni. Si ripropongono all’infinito, magari in pluricandidature garantite dalle loro leggi elettorali e replicano la loro presenza nefasta.
Poi, nel 2014, fu la volta dell’Italicum. La legge elettorale renziana del periodo in cui nel PD erano tutti renziani. Renzi non fu un incidente della sinistra in Italia. Fu il più longevo dei segretari del PD, aveva dentro il partito maggioranze che sfioravano il 80% e venne eletto segretario 2 volte: nel 2013 e nel 2017 perché ne interpretava i valori e la postura. Dalla sua legge elettorale ci salvammo solo perchè, per una serie di fortunate circostanze, l’Italicum passò al vaglio della Corte Costituzionale prima che venisse utilizzato per eleggere un nuovo parlamento. Era di nuovo incostituzionale. Parzialmente sentenziarono, magnanimi, i giudici.
Eravamo nel 2016. Renzi dovette dimettersi dalla presidenza del consiglio, non per la legge elettorale che aveva voluto, come sarebbe stato doveroso, ma per il rovinoso risultato del referendum costituzionale. E così fu che il suo successore, Gentiloni, allora e anche oggi membro di spicco del partito democratico, con voto di fiducia, quello per cui oggi la sinistra finta si indigna e si strappa i capelli, approvò la legge in vigore fino a ieri: il Rosatellum. Primo firmatario Ettore Rosato. Oggi renziano allora PD.
E veniamo al Melonellum, altrimenti chiamata Stabilicum, perché non si fermano. Continuano scioccamente con i latinismi, facendo a gara, davanti ad un tracollo drammatico dei sistemi democratici, demoliti da questo modo strisciante e trasversale di minarli nelle loro fondamenta quali sono, appunto, le leggi elettorali.
La legge elettorale Meloni, la quinta in meno di 30 anni, (record assoluto) prevede un premio di maggioranza a chi raggiunge il 42% dei voti e il premio consiste in 70 deputati e 35 senatori, non votati da nessuno ma infiocchettati come pacchetto regalo a chi, ottenendo il maggior numero di voti, raggiunge quella soglia. Il premio però ha un limite. Non può determinare maggioranze superiori al 55% dei seggi il che comporterebbe l’elezione in solitaria dei giudici costituzionali e del Presidente della Repubblica. Sotto questo aspetto non è la peggiore tra le leggi elettorali italiane dell’ultimo trentennio. La legge Calderoli lo attribuiva a chiunque arrivasse primo senza una soglia minima, la legge Renzi lo attribuiva al 40% al primo turno ed a chi arrivava primo, con qualunque percentuale, all’ eventuale ballottaggio, nella legge regionale sarda, votata da destra e da sinistra finta, il premio si attribuisce già al 25%.
Insomma non c’era bisogno di Meloni per sdoganare la pratica becera, tanto cara alle partitocrazie di ogni colore, di attribuirsi i premi per legge invece di cercarli nel voto democratico dei cittadini soddisfatti delle azioni messe in campo dai governi. Perché in realtà la logica è questa: cosa stai li a chiedere ai cittadini? Meglio è se i premi te li attribuisci, tu medesimo, per norma di legge, e così vai molto più al sicuro.
Anche sul piano delle preferenze la legge Meloni non è la peggiore. La legge Rosato in vigore fino a ieri non le consentiva. I capi partito stabilivano un ordine di lista e si era eletti in base ai voti del partito non alla scelta, da parte dei cittadini, di un singolo candidato. Né la legge Calderoli né il Mattarellum consentivano di esprimere preferenze mentre con la legge Renzi e quella Meloni rimane bloccato solo il capolista. Dal secondo candidato in poi l’elettore può scegliere per cui sarà possibile eleggere con preferenza un 20/30 % di parlamentari.
E siccome 20/30 % non è molto ma è sempre meglio di zero, ritengo che quelle immagini della Camera, con i banchi del Campo Largo che esultavano sguaiatamente per essere riusciti al affondare l’emendamento meloniano che reintroduceva almeno parzialmente le preferenze (prima che venissero reintrodotte al senato), testimoni una della immagini più vergognose della storia della sedicente sinistra democratica d’Italia. Esultavano come se avessero scongiurato chi sa quale sciagura, mentre la sciagura sono loro con il loro analfabetismo democratico e la loro guerra meschina per assicurarsi eterna permanenza nelle comode poltrone delle istituzioni a scapito del diritto dei cittadini ad una autentica rappresentanza. Da ora in poi comunque, del piattino di minestra confezionato per noi nelle segrete stanze dei partiti, dovremo mangiarne una parte. Prima lo dovevamo mangiare tutto.
Quanto alle quote di sbarramento, cioè alle soglie che è necessario raggiungere per concorrere alla assegnazione dei seggi, il Mattarellum lo fissava al 4%, il Porcellum prevedeva il 4% per la singola lista e il 10% per le coalizioni. L’Italicum si fermava al 3% e il Rosatellum al 3% per le singole liste, al 10% per le coalizioni, al 20% su base regionale. Solo i legislatori sardi, di destra e di sinistra, nel 2013 sono riusciti a fare di peggio nel votare la nostra legge elettorale regionale: 5% per le singole liste e 10% per le coalizioni. Hanno voluto primeggiare. I nostri complimenti!
Veniamo però al vero capolavoro di analfabetismo democratico contenuto nella legge di Giorgia Meloni. Una trovata perfida, ferocemente autoritaria, introdotta all’ultimo, al senato, momento prima del voto di fiducia. Una norma che blinda irrimediabilmente i partiti già rappresentati in parlamento escludendo, di fatto, la possibilità che soggetti nuovi, freschi, non collusi con il disastro che abbiamo sotto gli occhi, possano aspirare a competere democraticamente per una rappresentanza parlamentare: la raccolta delle firme.
Lo strumento di esclusione è noto e già ampiamente utilizzato a livello regionale anche in Sardegna, ed è semplicissimo. Chi è già rappresentato in parlamento non ha bisogno, al momento delle candidature, di accompagnare le liste con le firme autenticate dei sottoscrittori. Chi invece non è rappresentato deve raccogliere un numero preciso di firme pena l’esclusione dalla competizione elettorale.
Dunque, quante firme? Qui il gioco è facile. Più firme richiedi e più sollevi l’ostacolo che una formazione nuova, come tale verosimilmente poco organizzata e poco radicata nei territori, deve superare. Fino ad oggi erano tra 1500 e 2000 per collegio. Da ora in poi saranno 6000. Triplicate! A mo’ di porta sbattuta in faccia, a mo’ di sberla per aver solo provato ad immaginare di organizzare un’ alternativa, a mo’ di respingimento rabbioso verso qualcuno che voglia obiettare, cambiare, proporre altre visioni.
E infine il sogno di Meloni. Il premierato. L’elezione diretta del capo del governo era uno dei punti cardine del programma di Giorgia Meloni, ma comporta una riforma della costituzione, non lo si può surrettiziamente introdurre con un legge elettorale. Ora, già è difficile, pure ricorrendo ad ogni forzatura, sopravvivere ad un referendum che ti asfalta, che smonta una riforma, quella della giustizia su cui hai investito tanto e di cui hai fatto per tanto tempo la tua bandiera. Ma Meloni ci è riuscita. Ha preteso le dimissioni di alcuni impresentabili del suo governo e, con tutta la faccia tosta necessaria, è andata avanti con molta nonchalance. Due o tre capri espiatori sacrificati sull’altare della sconfitta e via. Ma rischiare un’altra sconfitta in un secondo referendum costituzionale, necessario ad una riforma per eleggere direttamente il presidente del consiglio, sarebbe stato davvero troppo anche per lei. E così, con il Melonellum, si è introdotto un simil-premierato, disponendo in legge l’obbligo di indicare sulla scheda il nome del capo del governo in caso di vittoria alle elezioni. Che coraggio, che inutile furbetteria terra terra, che squallore. Sarà gioco facile per la Corte Costituzionale constatare in questa trovata capricciosa una palese violazione della Costituzione e rimandarla al mittente che non a caso, spera di poter andare a nuove elezioni prima che i giudici Costituzionali si possano pronunciare.
Un simil- premierato finto come la similpelle, che forza il dettato costituzionale togliendo al Presidente della Repubblica la facoltà di incaricare il presidente del Consiglio. Una promessa elettorale impossibile da mantenere perché gli equilibri di forza dei soggetti in campo sono imprevedibili fino al voto. Ma, del resto, come dimenticare le elezioni del 2008 quando Veltroni si presentava con un bel “ Veltroni Presidente” che campeggiava sotto la scritta Partito Democratico adornata dal ramoscello dell’ulivo? Difficile cancellare la memoria di tutti gli assist che la sinistra sedicente, nel tempo, ha dato alla destra per arrivare a questo risultato.
Una maggioranza di impresentabili occupata essenzialmente ad auto-conservarsi, guidata da un’equilibrista senza pari, la donnamadrecristiana che dice e contraddice con una stupefacente disinvoltura, ci ha servito un nuovo schifo di legge elettorale. E l’opposizione, visti i precedenti, non ha le carte in regola per contestare in maniera credibile la nuova polpetta avvelenata destinata agli italiani. Il civismo e i comitati che si sono mossi tempestivamente con i ricorsi, nella speranza che la Corte Costituzionale si pronunci prima di nuove elezioni, rappresentano l’unica spiaggia nella quale approdare. E se le elezioni politiche , in questa degradante lotta contro il tempo, arrivassero prima, e se il quadro delle proposte in campo fosse solo questo centro destra e questo centro sinistra, credo che l’obiettivo possa essere uno solo: non l’astensione, ma tante schede bianche e nulle.
Lucia Chessa segretaria nazionale Rossomori de Sardigna





