C’è un contenuto profondamente autoritario, credo spesso anche inconsapevole, nell’idea che l’unità del popolo sardo debba escludere differenti identità politiche. Credo ci sia una carente consapevolezza democratica che non contempla le differenze come valore, ma come un fastidio e una complicazione, una diminuzione di forza.
E’ un pensare ed un agire politico che indica come dogmaticamente possibile una unità su base nazionale, anzi nazionalistica per essere più precisi. E’ un pensiero che dichiara di non voler andare troppo per il sottile e che mette in cima diritti e prerogative riconosciute su base nazionale, sul modello salviniano del “prima gli italiani”, o trumpiano del “prima l’America” . Un discorso ancora più efficace se affiancato ad una emergenza qualsiasi dove non c’è tempo per i principi ma bisogna arrivare al dunque perché un interesse supremo autorizza a lasciare in secondo piano molte cose: diritti, libertà, solidarietà, democrazia.
La storia ce ne ha dato molti esempi e ce ne da’ tutt’ora. Questo è stato ed è tutt’ora il linguaggio dei populisti, del passato e del presente, alcuni dei quali sono stati inghiottiti dalla storia senza lasciare traccia, altri hanno fatto la fortuna di alcuni disinvoltamente normalizzati e altri ancora si sono trasformati in dittature e regini autoritari.
Quello dei populisti, smascherati già molti secoli fa dai tragediografi della Grecia classica, è un linguaggio semplice, aggressivo perché deve parlare alla pancia, e perché deve “abbassarsi al livello del più stupido degli elettori”. Cit.
Non parlo di soggetti o situazioni specifiche. Faccio un discorso teorico anche se so bene che di questi tempi anche la teoria è guardata con sospetto a favore di conoscenze empiriche e di veloci percorsi pratici, la maggior parte delle volte altrettanto ed anche più dogmatici.
Non parlo, per essere chiari, nello specifico di Cala Finanza e tanto meno dei manifestanti di Cala Finanza dove oggi mi sembra di capire si tengono due o tre manifestazione diverse, organizzate da soggetti diversi, nelle quali però, ognuno a suo modo, rivendica autodeterminazione, rispetto e tutela del bene ambientale, rigetto di azioni coloniali sulla pelle di un popolo. E questo non è, a nostro avviso, una diminuzione di forza perché non sono importanti le modalità, sono importanti gli obiettivi comuni e soprattutto la rispondenza tra gli obiettivi dichiarati e le azioni conseguenti.
Parlo dell’idea che serpeggia, in un certo mondo movimentista, che le bandiere, cioè in altri termini le differenti identità, siano da osteggiare perché divisive. Parlo del significato politico di questo atteggiamento che trovo squisitamente e pericolosamente digiuno di consapevolezza democratica.
Ma noi non siamo su quella linea.
Per noi Rossomori, che nasciamo per difendere, attraverso l’autodeterminazione, l’identità di un popolo e il suo diritto ad esistere come tale, non come parte indistinta di un mondo organizzato su rapporti di dominio, le differenze sono ricchezza.
Noi pensiamo che la diversità non sia il discrimine tra buono e cattivo, ma che altri siano i criteri sui quali si divide il mondo.
Rossomori non asseconderà mai pressioni ad uniformare, omogeneizzare, ridurre la ricchezza di pensiero a povertà. Continueremo le nostre battaglie a difesa del territorio, della autodeterminazione, dei diritti, della sovranità popolare, della democrazia, come già facciamo, con azioni che riterremo opportune, possibili e alla portata nostra e dei compagni di viaggio che percorrono le nostre medesime strade.
Lucia Chessa segretaria nazionale Rossomori de Sardigna






